Ciao Alessia,
eccoti la mia storia. A 18 anni iniziai per
puro caso a collaborare con un sito di videogiochi come redattore. All'epoca
ero felicissimo, perché sono sempre stato appassionato di videogames e l'idea
di lavorare in un settore che amavo mi rendeva entusiasta. Certo, iniziai a
scrivere senza prendere un centesimo (avevo giusto i giochi gratis), però
essendo ancora un ragazzo giovane e pieno di speranze, ho pensato che prima o
poi sarebbe arrivato il mio momento. Passano due anni e provo a fare un salto
di qualità facendo domanda a un sito web più importante. Vengo preso, e
finalmente inizio pure a percepire i primi compensi: 20 euro a recensione. Non
male, ma i pagamenti venivano effettuati a 90 giorni, e soprattutto scrivevo
veramente pochi articoli (3-4 al mese). Dopo un periodo mi stanco e decido di
mollare anche quel sito. Intanto, iscritto a Filosofia, mi faccio i miei esami,
sperando che una volta laureato magari la situazione migliorasse.
Purtroppo poi arriva la maledetta crisi, e io
non posso più proseguire gli studi. Per cercare di tirare a campare, mi faccio
assumere da un'altra rivista di videogiochi. Sembrava molto seria, anche perché
aveva alle spalle un editore che pubblicava riviste d'informatica e videogames
in edicola, e infatti iniziai a pubblicare anche articoli cartacei. Peccato
però che ben presto mi resi conto di essere finito in un altro
"loop": nonostante le promesse di pagamento, con tanto di invio a
casa delle ricevute fiscali dei miei lavori, passavano i mesi ma non vedevo un
centesimo (ovviamente non solo io, ma anche molti altri collaboratori) Nel
frattempo la situazione a casa peggiora, e io cerco un lavoro che mi permetta
di guadagnare qualcosa di più sostanzioso. Trovo lavoro in aeroporto: contratto
di 1 mese per assistenza ai passeggeri. Peccato che ben presto l'Alitalia nota
che la mia figura e quella dei miei colleghi è superflua, quindi scaduto il
contratto tutti a casa. Nel frattempo continuo a scrivere per quella rivista, sperando
che la situazione si sblocchi. Nulla di fatto però, io continuavo a scrivere,
pubblicare articoli, senza ricevere nessun compenso. Verso la fine dell'estate
sbotto e, insieme ad altro collaboratori, ci impuntiamo e diciamo chiaro e
tondo al responsabile che se non avessimo ricevuto i compensi, non avremmo più
scritto. Ci viene detto che l'editore è in crisi, che presto verranno fatti dei
tagli, che c'erano difficoltà.
Però disse una cosa, da far ribollire il sangue:
"Continuate a scrivere, perché avete comunque visibilità". Io non ci
sto e mollo tutto, perché con la visibilità non ci faccio la spesa né ci pago
le bollette. Dopo alcuni mesi scopro che il sito per cui collaboravo non esiste
più. Io nel frattempo provo a fare domanda a un altro famoso network, molto
grande, per diventare blogger e scrivere di informatica e cinema. La mia
candidatura va a buon fine, e io tiro un sospiro di sollievo perché
collaborando con un sito così importante, le cose sarebbero andate meglio.
Purtroppo vengo smentito: i compensi andavano da 3 a 4 euro a post, e non
venivamo pubblicati tutti i giorni. In ogni caso alla fine di tutto decido di
mollare anche quel sito, ma soprattutto di mollare l'attività di giornalista
freelance. Non solo la mia esperienza personale ha pesato, ma anche le
inchieste fatte su questo settore mi hanno fatto capire di come questa strada
sia impraticabile per una vita dignitosa. Facendomi due conti quindi, ho deciso
di chiudere questo capitolo.
Nel frattempo le cose a casa si sistemano
perché vendiamo la casa in cui abitiamo per prendere una più piccola. Io decido
di iscrivermi a un corso di formazione professionale, sperando che possa
aiutarmi. Con la scrittura in ogni caso ho chiuso, e rimarrà giusto una
passione personale. Vorrei però condividere alcune mie considerazioni sull’
Università italiana.
Premetto che quanto dico potrebbe non piacere
a molti laureati,. Come te, molti ragazzi oggi sono delusi dal fatto di essere
disoccupati nonostante aver sudato anni sui libri per conseguire la laurea. E'
innegabile che avere in una mano un pezzo di carta e nell'altra un pugno di
mosche è, a dir poco, frustrante. Io però da ex universitario (che non ha
terminato i propri studi per svariati motivi) mi sono reso conto che, forse, il
discorso della laurea in Italia sia simile a quello della bolla immobiliare: è
scoppiata. Prima si pensava che avere un titolo del genere in tasca garantisse
un posto di lavoro stabile e ben retribuito, e in effetti fino a un ventennio
fa era più o meno così. Ma oggi anche questo agognato pezzo di carta potrebbe
essere inflazionato. Ma non è tanto questo ciò che voglio sottolineare. Come ti
avevo già detto su Facebook, molti giovani devono iniziare a puntare il dito su
quella stessa università, rea di avergli venduto un prodotto che, alla
resa dei conti, non si è mostrato utile come dicevano i venditori, cioè i
professori. Perché purtroppo io ho la netta sensazione che, in questi ultimi
anni, l'università non sia più l'ente a cui sta a cuore il futuro dei giovani,
ma una mera operazione commerciale realizzata da docenti, baroni e
compagnia per illudere gli studenti con false promesse di favolosi sbocchi
lavorativi in modo da assicurarsi le cattedre.
Potrei fare il tuo esempio: quando ti sei iscritta alla tua facoltà, cosa ti era stato detto? Come ti avevano presentato i docenti il tuo corso di laurea? Immagino. E ora che tu ti ritrovi disoccupata, cosa vorresti dire a quei prof? Magari ti risponderanno che non è colpa dell'università, perché c'è la crisi, perché siamo in Italia, perché tutto va male. Io invece direi che loro una buona dose di responsabilità ce l'hanno. Poi non so nel tuo caso sia così. Quello che forse noi dobbiamo dire ai giovani è di iniziare a essere più accorti quando si fanno scelte sul proprio futuro. Da questo punto di vista in Italia ci dovrebbe essere un sistema di orientamento migliore, che dica agli studenti in procinto di immatricolarsi cosa serve al Paese, cosa no, quali corsi frequentare, e soprattutto quali istituti o enti propongono percorsi formativi validi desiderati dalle imprese. Tanto per fare un esempio, in questo momento sto frequentando un corso di formazione professionale istituito da un ente di formazione a Roma che, in partnership con varie aziende, istituisce svariati percorsi formativi su specifica richiesta delle imprese. Le università dovrebbero fare questo, ma, salvo rari così, vanno nella direzione opposta.
Se poi i ragazzi sono determinati a coltivare
le proprie passioni o le proprie inclinazioni a tutti i costi, saranno comunque
consapevoli delle loro decisioni. Cosa che, purtroppo, nella maggior parte dei
casi non avviene: ed ecco che e i sogni e le aspirazioni dei ragazzi, si
sfracellano sul muro della realtà.
Daniele





