Ciao Alessia,
Ieri ho letto il giornale Oggi. Mi balza
all'occhio la parola DISOCCUPATI. Anch'io lo sono. Ho 26anni e alle spalle una
laurea triennale in Scienze della comunicazione e una magistrale in
Comunicazione pubblica e sociale. Quando qualcuno mi chiede in cosa sono
laureata so già che mi guarderà male "Sì, sono quelle lauree
inutili". All'inizio me la prendevo, ora, invece, dico "Ho una di
quelle lauree inutili, che non servono a niente". Almeno il mio
interlocutore resta sorpreso e, se è impietosito, mi dirà "Ti sei fatta
una cultura".Vero, penso. Una cultura e un mazzo tanto per riuscire al
meglio, perché studiare mi è sempre piaciuto. Impegno e sacrificio:
caratteristiche che i bravi ragazzi in Italia condividono. Quelli che ora
passano ore al computer per inviare curricula che chissà se verranno letti.
Disoccupati? Diversamente occupati, perché la nostra unica occupazione è quella
di trovare un lavoro. Io un cantuccio in questo mondo l'avevo trovato. L'anno
scorso ho fatto una scelta difficile: proseguire negli studi, con un dottorato
di ricerca con il sogno di diventare un giorno insegnante o andare a lavorare?
La domanda per il dottorato l'ho fatta. Esito: passo la
selezione. Senza borsa di studio.
Ne parlo a casa e con 2 prof: la prima mi dice che per la
testa che ho, lo devo fare. Il secondo mi dice che tanti dottorandi fanno solo
fotocopie.
Passati i 3 anni, c'è la possibilità che le porte della
carriera universitaria non si aprano, soprattutto se non hai gli agganci
giusti. Agganci non ne ho. Non ne voglio avere.
Potrei trovarmi a 30 anni senza un lavoro. E a 30 anni, mi
immagino che un colloquio di lavoro potrebbe vertere su queste domande: "È
sposata? Ha intenzione di metter su famiglia?". Per non dover pesare
ancora sul groppone dei miei e, soprattutto, sentendo come vanno le cose in
Italia (che i cervelli sono in fuga e che il mio cervello sta bene qui dov'è e
bla bla bla) colgo al volo la prima opportunità di lavoro che mi si presenta.
Apprendista impiegata 40ore la settimana, 760 euro al mese. Sono entusiasta.
Vedo qualcosa di concreto: lo stipendio. Anche il mio ragazzo ha un lavoro
(part-time). Gli hanno rinnovato il contratto.(Ah, anche il mio ragazzo ha una
laurea magistrale con 110 e lode, ma si è adattato, come facciamo in tanti, a
fare il commesso).
Riassumo la mia esperienza lavorativa: traumatica. Trattata
come uno zerbino. Umiliata. Mi sono adattata a fare di tutto, anche le pulizie
di tutti gli uffici. Davanti agli altri che stavano lavorando seduti al
computer e che si lamentavano dell'odore del lavapavimenti. Con la titolare che
nemmeno riusciva a far centro nel cestino dell'immondizia. Le cartacce fuori e
io a raccogliere. Bicchierino del caffè disseminati ovunque, apposta.
Portacenere da svuotare. Succede
qualcosa in ditta che non va? È colpa mia.
È dura. Piango tutte le sere. Mi sento una nullità. Mi
applico per fare del mio meglio ma non c'è meglio che tenga. Non vengo
considerata dalla titolare. Se le gira male manco ti saluta.
Umiliazione dopo umiliazione, con mamma e papà a casa che da
mesi mi dicono che mangiamo pane e cipolla piuttosto che io mi abbassi a questi
livelli, decido, dopo 10 mesi di licenziarmi.
Ormai è tardi: ho accumulato un tale livello di ansia e
umiliazioni che ho un esaurimento. Mi sto curando.
Sono disoccupata, è vero. Per 10 mesi sono stata occupata.
Occupata a convincermi che dovevo resistere e che dovevo fregarmene
dell'ignoranza delle altre persone.
Mi chiamo Alice e non c'è nome più azzeccato di questo.
Sogno un'Italia a rovescio. Dove i giovani bravi prendano in mano la situazione. Abbiamo dei
valori in cui crediamo e i nostri sogni non sarebbero niente di impossibile in
un paese normale.
Al momento, sognare è una delle poche cose che mi riesce
bene. Lavoro, famiglia, riconoscimento per i giovani. Qualcuno mi svegli,
perché per realizzare questi desideri ci vuole tanta forza. Costanza. Di
pazienza ne abbiamo portata troppa.





