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venerdì 5 ottobre 2012

ANCHE GLI “ZERBINI” SI STANCANO

Ciao Alessia,
Ieri ho letto il giornale Oggi. Mi balza all'occhio la parola DISOCCUPATI. Anch'io lo sono. Ho 26anni e alle spalle una laurea triennale in Scienze della comunicazione e una magistrale in Comunicazione pubblica e sociale. Quando qualcuno mi chiede in cosa sono laureata so già che mi guarderà male "Sì, sono quelle lauree inutili". All'inizio me la prendevo, ora, invece, dico "Ho una di quelle lauree inutili, che non servono a niente". Almeno il mio interlocutore resta sorpreso e, se è impietosito, mi dirà "Ti sei fatta una cultura".Vero, penso. Una cultura e un mazzo tanto per riuscire al meglio, perché studiare mi è sempre piaciuto. Impegno e sacrificio: caratteristiche che i bravi ragazzi in Italia condividono. Quelli che ora passano ore al computer per inviare curricula che chissà se verranno letti. Disoccupati? Diversamente occupati, perché la nostra unica occupazione è quella di trovare un lavoro. Io un cantuccio in questo mondo l'avevo trovato. L'anno scorso ho fatto una scelta difficile: proseguire negli studi, con un dottorato di ricerca con il sogno di diventare un giorno insegnante o andare a lavorare?
La domanda per il dottorato l'ho fatta. Esito: passo la selezione. Senza borsa di studio.
Ne parlo a casa e con 2 prof: la prima mi dice che per la testa che ho, lo devo fare. Il secondo mi dice che tanti dottorandi fanno solo fotocopie.
Passati i 3 anni, c'è la possibilità che le porte della carriera universitaria non si aprano, soprattutto se non hai gli agganci giusti. Agganci non ne ho. Non ne voglio avere.
Potrei trovarmi a 30 anni senza un lavoro. E a 30 anni, mi immagino che un colloquio di lavoro potrebbe vertere su queste domande: "È sposata? Ha intenzione di metter su famiglia?". Per non dover pesare ancora sul groppone dei miei e, soprattutto, sentendo come vanno le cose in Italia (che i cervelli sono in fuga e che il mio cervello sta bene qui dov'è e bla bla bla) colgo al volo la prima opportunità di lavoro che mi si presenta. Apprendista impiegata 40ore la settimana, 760 euro al mese. Sono entusiasta. Vedo qualcosa di concreto: lo stipendio. Anche il mio ragazzo ha un lavoro (part-time). Gli hanno rinnovato il contratto.(Ah, anche il mio ragazzo ha una laurea magistrale con 110 e lode, ma si è adattato, come facciamo in tanti, a fare il commesso).
Riassumo la mia esperienza lavorativa: traumatica. Trattata come uno zerbino. Umiliata. Mi sono adattata a fare di tutto, anche le pulizie di tutti gli uffici. Davanti agli altri che stavano lavorando seduti al computer e che si lamentavano dell'odore del lavapavimenti. Con la titolare che nemmeno riusciva a far centro nel cestino dell'immondizia. Le cartacce fuori e io a raccogliere. Bicchierino del caffè disseminati ovunque, apposta. Portacenere da svuotare.  Succede qualcosa in ditta che non va? È colpa mia.
È dura. Piango tutte le sere. Mi sento una nullità. Mi applico per fare del mio meglio ma non c'è meglio che tenga. Non vengo considerata dalla titolare. Se le gira male manco ti saluta.
Umiliazione dopo umiliazione, con mamma e papà a casa che da mesi mi dicono che mangiamo pane e cipolla piuttosto che io mi abbassi a questi livelli, decido, dopo 10 mesi di licenziarmi.
Ormai è tardi: ho accumulato un tale livello di ansia e umiliazioni che ho un esaurimento. Mi sto curando.
Sono disoccupata, è vero. Per 10 mesi sono stata occupata. Occupata a convincermi che dovevo resistere e che dovevo fregarmene dell'ignoranza delle altre persone.
Mi chiamo Alice e non c'è nome più azzeccato di questo. Sogno un'Italia a rovescio. Dove i giovani bravi  prendano in mano la situazione. Abbiamo dei valori in cui crediamo e i nostri sogni non sarebbero niente di impossibile in un paese normale.
Al momento, sognare è una delle poche cose che mi riesce bene. Lavoro, famiglia, riconoscimento per i giovani. Qualcuno mi svegli, perché per realizzare questi desideri ci vuole tanta forza. Costanza. Di pazienza ne abbiamo portata troppa.