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venerdì 12 ottobre 2012

IN UNA POSIZIONE DI STALLO

Ciao Alessia,




Io mi chiamo Antonino Cucinotta, ho 26 anni (tra un mese ne farò 27), sono uno Specializzando nel corso di Laurea Magistrale in Scienze Economico - aziendali presso l'Università degli studi di Messina ma sono intenzionato a finire gli studi e quindi trasferirmi presso L'università di Milano - Bicocca (in quanto domicilio attualmente a Milano), per colmare almeno così il fatto di essermi Laureato al Sud, quindi sperare di avere qualche chance in più.
Sono una persona semplice e umile.
All'età di undici anni ho iniziato a lavorare, saltuariamente, presso impianti di carburanti (come lavavetri), come cameriere (presso lidi, pizzerie ect..) altresì ho fatto anche l'istruttore di karate per diversi anni. Tutto questo fino all'età di 25 anni.
Inoltre, ho maturato anche le seguenti esperienze lavorative:
- sei mesi di pratica presso un Dottore commercialista non retribuito dal Gennaio a Giugno 2011
- un mese ho lavorato come Operatore call Center a 180 euro al mese con contratto a progetto, non rientrando quindi neanche nelle spese che sostenevo per recarmi sul luogo di lavoro.
- ho fatto uno stage di due mesi presso un Dottore commercialista (Consulente del Lavoro).
In sintesi mi sono dato sempre da fare, già da piccolo sia per aiutare i miei genitori ma anche per me stesso.
Tutto ciò si può consultare tra le mie info sia sul profilo fb che Linkedin.
Per quanto riguarda la ricerca del lavoro, già al diciottesimo anno di età compiuto ho iniziato a mandare Curricula di qua e di la, verso settori di attività che sono più in linea con gli studi da me intrapresi.
Nell'ultimo hanno mezzo, nello specifico, il mio tempo dedicato alla ricerca è stato di circa il 100%, tant'è che mi sono girato le seguenti città: Messina (la mia città natale), Cosenza, Roma, Bologna, Bergamo, Pavia ed infine Milano (la città dove Domicilio attualmente) spesso anche a piedi, in silenzio, con umiltà e da solo.
Questa ricerca più che attiva, infatti mi ha portato anche a trascurare po gli studi.
Ho capito che avere esperienze lavorative è molto importante.
Le suddette ricerche fino ad oggi hanno fruttato diversi colloqui , nei settori di attività e aziendali di mio interesse, ma nessuno, a parte l'esperienze sopra citate, mi ha dato l'opportunità di iniziare, ho solo avuto porte chiuse in faccia, sentendomi anche preso in giro sia da parte dalle aziende in cui ho fatto i colloqui che dalle agenzie per il lavoro, oltre che a vederne di tutti colori.
Sempre nell'ultimo anno e mezzo ho cercato anche d trovare, soprattutto nella zona dell'Hinterland Milanese e in centro città, lavori come cameriere, addetto alle pulizie, come commesso, ma niente di niente.
Tra le altre cose volevo riferirti che ho chiesto anche aiuti ad alcuni comuni (province zona est di Milano), come quello di Masate, Basiano e Trezzo sull'Adda, ma si sono negati nell'aiutarmi. Ho chiesto anche aiuto alla chiesa, e si è negata anche Lei. Risultato, ho dovuto dormire per diversi giorni da solo presso la stazione centrale di Milano come un senzatetto perché non mi potevo permettere un alloggio.
Oltre ai colloqui ho provato a fare anche diversi concorsi pubblici, non ti dico e non ti conto, immagina lo schifo che ho potuto vedere.
Le mie gambe hanno macinato moltissimi Km, ma nonostante questo non demordo, continuo ad andare avanti come un treno, anzi peggio.
Oltre a lavorare ho trovato anche un piccolo spazio per praticare Karate Kyokushinkai e diventare
campione Italiano per tre anni consecutivi (tutto questo nella fase adolescenziale).
 
 
L'aspetto che trovo più assurdo è che cercano esperienze lavorative di durata rilevante anche per gli stage. Per questo motivo, per quanto concerne il reinserirmi nel mondo del lavoro, mi trovo in un punto fermo, in una posizione di stallo.
Il mercato del lavoro italiano, a mio avviso è insensato, in-logico.
 
Alessia ti dico solo una cosa sono arrabbiato di brutto.
Voglio lottare insieme a te per riprendermi/ci i nostro diritti.
Sicuramente capirai come mi sento dentro, in quanto mi sembra di capire che anche tu ci sei passata.
 
Questo che ti ho scritto è quanto.
Ciao





mercoledì 10 ottobre 2012

OVERQUALIFIED


27 anni. Laurea in Mediazione Linguistica (inglese, francese e spagnolo), erasmus in Francia, Master a Londra in Traduzione ed Interpretariato, stage in Spagna e New York e specialistica in Comunicazione e Marketing Multilingue (inglese, francese, spagnolo e tedesco) a Bruxelles completata quest’estate. Questo è il mio profilo, più o meno. 

Profilo che almeno in Italia sembra non essere abbastanza per trovare un buon lavoro. Così, sono sbarcata di nuovo qui a Londra dove in meno di tre settimane ho trovato un bellissimo lavoro nell’e-commerce di moda di lusso Net-à-Porter: il mio sogno, in fondo, era entrare nel mondo della moda. Difficile ovunque, vero, ma mai forse come in Italia.

Ho iniziato la mia ricerca di lavoro quest’estate mandando curriculum un po’ ovunque tra Londra, Milano e Parigi. Ovviamente, come immaginavo, le sole risposte ottenute sono state qui a Londra, città aperta alla multiculturalità e all’accoglienza di giovani laureati. Eppure anche qui a Londra le cose non sono state affatto facili, avendo ricevuto molte porte in faccia anche qui o offerte di stage non pagati. Ecco, vorrei per prima cosa parlare di questi benedetti stage: in Francia sono finalmente diventati illegali, nel senso che gli stagisti devo essere retribuiti almeno la fascia minima di stipendio, novità al momento introdotta solo in Francia. 

Io sono davvero stanca di vedere aziende (grandi aziende per altro, e multinazionali) che offrono stage su stage a studenti e neolaureati con il solo scopo di sfruttarne le capacità per mansioni che nessuno degli impiegati all'interno dell’azienda vuole svolgere. Sono stufa di vedere aziende che offrono stage non retribuiti e che poi neanche garantiscono l’assunzione allo stagista, anzi. Più volte ho visto aziende offrire a me e ad amici stage non retribuiti a Londra, Milano, New York ripetendo la solita clausola annessa: non possiamo poi garantirti un posto di lavoro ma al massimo aiutarti a trovarlo. Cosa? E io dovrei venire a lavorare gratuitamente per voi per poi non avere neanche un posto di lavoro nella vostra azienda? 

Ma dico, queste aziende si rendono conto di cosa possa significare vivere in una grande città come Milano senza guadagnare un euro? Secondo loro a 27 anni un giovane dovrebbe ancora dipendere dai propri genitori tanto per aggiungere al suo curriculum l’ennesimo stage? Gli stage inizialmente erano stati concepiti come passaggi quasi obbligati verso l’inserimento del giovani all'interno dell’azienda. Oggi non lo sono più: oggi servono esclusivamente alle aziende per avere un impiegato in più che svolga un buon lavoro GRATIS! Ecco perché finalmente in Francia lo stage non retribuito è divenuto illegale. Solo un paese però. Ovviamente in Italia è impossibile arrivarci vero? Ecco questo chiederei al caro ministro Fornero che tanto sembrava prodigarsi a favore dei giovani! Io, è vero, debbo ritenermi fortunata per aver trovato così subito un lavoro (in 2 settimane, ma in tempi italiani praticamente in un giorno!) che sì, mi piace anche se non è ancora ciò che voglio. Ma è un inizio ed è ben pagato. E poi qui in Inghilterra c’è una grandissima mobilità sociale: una volta che hai un lavoro puoi muoverti facilmente e passare dal lavorare nell’informatica al Marketing, o da assistente a Manager in un dipartimento completamente diverso nella stessa azienda. E’ questo che manca all’Italia. Noi siamo troppo rigidi: in Italia se sei laureato in Giornalismo puoi far solo il giornalista come mestiere, nessun azienda ti assumerebbe per fare qualcosa di diverso. Qui no, ed è questo il bello! Ho una mia amica laureata in teatro e cinema che lavora nel marketing! Ecco, questo in Italia non succederebbe MAI!

Sarò stata anche fortunata ad aver trovato lavoro così subito ma a tutto c’è un prezzo da pagare.  Io sono stata costretta a trasferirmi di nuovo in un altro paese, con un'altra cultura ed altre abitudini quando magari io, dopo i miei tanti viaggi, sarei voluta restare in Italia, a Milano, e costruire forse lì la mia vita. Non è giusto che un giovane sia obbligato a spostarsi altrove perché IL SUO PAESE non gli garantisce un impiego decente! Io continuo a chiedermi a questo punto a cosa siano serviti tutti questi anni di studio, tutti questi sacrifici fatti da mia madre (di cui sono a carico) se poi devo ritrovarmi a non avere un lavoro nel mio paese e ad averlo in un altro dove sono comunque “overqualified”. Certo, perché qui in Gran Bretagna, e soprattutto per il lavoro entry level che ora inizierò, bastava una laurea breve e non tutti questi Master e specialistiche. Qui, laureata alla triennale o specialistica è esattamente la stessa cosa: vieni comunque considerata una “fresh graduate” con le stesse identiche opportunità di lavoro che ha un laureato alla triennale britannico. La verità è qui, più che gli studi, conta l’esperienza e tutti, dico tutti, qui iniziano a lavorare a 22/23 anni, subito dopo la loro laurea. E’ ridicolo per me avere manager che abbiano la mia età o qualche anno meno di me, mentre io sono praticamente al mio primo vero impiego. Tutte le aziende, sia qui che in Italia, cercano un profilo con esperienza e questa è l’ennesima cosa che mi fa andare in bestia dopo gli stage. Ma dico, come faccio ad avere esperienza se sono appena laureata e se tutte le aziende vogliono qualcuno con un minimo di esperienza? Come faccio se magari non ho mamma e papà che mi passano i soldini per farmi fare duemila stage gratuiti che mi diano un po’ di “esperienza” (che spesso neanche basta)? 

Io credo che ci sia proprio da sradicare certe mentalità e preconcetti prima di tutti degli employers italiani. Guardiamo all'Inghilterra o alla Francia, sono questi gli esempi che dovremo cercare di emulare per non lasciare che i pochi giovani ancora rimasti in Italia non scappino anche loro all'estero  Pochi giorni fa il famoso giornale londinese l’Evening Standard ha denunciato l’alto tasso di disoccupazione giovanile a Londra, riportando storie di giovani 19enni o 20enni disoccupati provenienti spesso da ceti bassi e senza diplomi di laurea. L’Evening Standard ha promosso dunque un’iniziativa chiamata “Ladder for London” affinché grandi e piccole aziende assumessero questi giovanissimi senza futuro in contratti di apprendistato. I risultati sono stati enormi: perfino la Goldman Sach ha assunto una decina di apprendisti nella propria azienda. Parlo di ragazzi che vanno dai 17 anni ai 20/21 e che non possiedono neanche un diploma di laurea! Ecco dove sta la  differenza tra noi e l’Inghilterra: nella mentalità delle aziende, dei politici e soprattutto dell’opinione pubblica

Cara Alessia, io sono con te e continuerò a lottare con te e gli altri  anche da Londra, con la speranza che un giorno possa tornare in Italia e non lasciare che questo bel paese diventi un paese di soli pensionati. 

venerdì 28 settembre 2012

UNIVERSITÁ ITALIANA: OPERAZIONE COMMERCIALE?

Ciao Alessia,
eccoti la mia storia. A 18 anni iniziai per puro caso a collaborare con un sito di videogiochi come redattore. All'epoca ero felicissimo, perché sono sempre stato appassionato di videogames e l'idea di lavorare in un settore che amavo mi rendeva entusiasta. Certo, iniziai a scrivere senza prendere un centesimo (avevo giusto i giochi gratis), però essendo ancora un ragazzo giovane e pieno di speranze, ho pensato che prima o poi sarebbe arrivato il mio momento. Passano due anni e provo a fare un salto di qualità facendo domanda a un sito web più importante. Vengo preso, e finalmente inizio pure a percepire i primi compensi: 20 euro a recensione. Non male, ma i pagamenti venivano effettuati a 90 giorni, e soprattutto scrivevo veramente pochi articoli (3-4 al mese). Dopo un periodo mi stanco e decido di mollare anche quel sito. Intanto, iscritto a Filosofia, mi faccio i miei esami, sperando che una volta laureato magari la situazione migliorasse.
Purtroppo poi arriva la maledetta crisi, e io non posso più proseguire gli studi. Per cercare di tirare a campare, mi faccio assumere da un'altra rivista di videogiochi. Sembrava molto seria, anche perché aveva alle spalle un editore che pubblicava riviste d'informatica e videogames in edicola, e infatti iniziai a pubblicare anche articoli cartacei. Peccato però che ben presto mi resi conto di essere finito in un altro "loop": nonostante le promesse di pagamento, con tanto di invio a casa delle ricevute fiscali dei miei lavori, passavano i mesi ma non vedevo un centesimo (ovviamente non solo io, ma anche molti altri collaboratori) Nel frattempo la situazione a casa peggiora, e io cerco un lavoro che mi permetta di guadagnare qualcosa di più sostanzioso. Trovo lavoro in aeroporto: contratto di 1 mese per assistenza ai passeggeri. Peccato che ben presto l'Alitalia nota che la mia figura e quella dei miei colleghi è superflua, quindi scaduto il contratto tutti a casa. Nel frattempo continuo a scrivere per quella rivista, sperando che la situazione si sblocchi. Nulla di fatto però, io continuavo a scrivere, pubblicare articoli, senza ricevere nessun compenso. Verso la fine dell'estate sbotto e, insieme ad altro collaboratori, ci impuntiamo e diciamo chiaro e tondo al responsabile che se non avessimo ricevuto i compensi, non avremmo più scritto. Ci viene detto che l'editore è in crisi, che presto verranno fatti dei tagli, che c'erano difficoltà.
 
Però disse una cosa, da far ribollire il sangue: "Continuate a scrivere, perché avete comunque visibilità". Io non ci sto e mollo tutto, perché con la visibilità non ci faccio la spesa né ci pago le bollette. Dopo alcuni mesi scopro che il sito per cui collaboravo non esiste più. Io nel frattempo provo a fare domanda a un altro famoso network, molto grande, per diventare blogger e scrivere di informatica e cinema. La mia candidatura va a buon fine, e io tiro un sospiro di sollievo perché collaborando con un sito così importante, le cose sarebbero andate meglio. Purtroppo vengo smentito: i compensi andavano da 3 a 4 euro a post, e non venivamo pubblicati tutti i giorni. In ogni caso alla fine di tutto decido di mollare anche quel sito, ma soprattutto di mollare l'attività di giornalista freelance. Non solo la mia esperienza personale ha pesato, ma anche le inchieste fatte su questo settore mi hanno fatto capire di come questa strada sia impraticabile per una vita dignitosa. Facendomi due conti quindi, ho deciso di chiudere questo capitolo.
 
Nel frattempo le cose a casa si sistemano perché vendiamo la casa in cui abitiamo per prendere una più piccola. Io decido di iscrivermi a un corso di formazione professionale, sperando che possa aiutarmi. Con la scrittura in ogni caso ho chiuso, e rimarrà giusto una passione personale. Vorrei però condividere alcune mie considerazioni sull’ Università italiana.
 
Premetto che quanto dico potrebbe non piacere a molti laureati,. Come te, molti ragazzi oggi sono delusi dal fatto di essere disoccupati nonostante aver sudato anni sui libri per conseguire la laurea. E' innegabile che avere in una mano un pezzo di carta e nell'altra un pugno di mosche è, a dir poco, frustrante. Io però da ex universitario (che non ha terminato i propri studi per svariati motivi) mi sono reso conto che, forse, il discorso della laurea in Italia sia simile a quello della bolla immobiliare: è scoppiata. Prima si pensava che avere un titolo del genere in tasca garantisse un posto di lavoro stabile e ben retribuito, e in effetti fino a un ventennio fa era più o meno così. Ma oggi anche questo agognato pezzo di carta potrebbe essere inflazionato. Ma non è tanto questo ciò che voglio sottolineare. Come ti avevo già detto su Facebook, molti giovani devono iniziare a puntare il dito su quella stessa università, rea di avergli venduto un prodotto che, alla resa dei conti, non si è mostrato utile come dicevano i venditori, cioè i professori. Perché purtroppo io ho la netta sensazione che, in questi ultimi anni, l'università non sia più l'ente a cui sta a cuore il futuro dei giovani, ma una mera operazione commerciale realizzata da docenti, baroni e compagnia per illudere gli studenti con false promesse di favolosi sbocchi lavorativi in modo da assicurarsi le cattedre.


Potrei fare il tuo esempio: quando ti sei iscritta alla tua facoltà, cosa ti era stato detto? Come ti avevano presentato i docenti il tuo corso di laurea? Immagino. E ora che tu ti ritrovi disoccupata, cosa vorresti dire a quei prof? Magari ti risponderanno che non è colpa dell'università, perché c'è la crisi, perché siamo in Italia, perché tutto va male. Io invece direi che loro una buona dose di responsabilità ce l'hanno. Poi non so nel tuo caso sia così. Quello che forse noi dobbiamo dire ai giovani è di iniziare a essere più accorti quando si fanno scelte sul proprio futuro. Da questo punto di vista in Italia ci dovrebbe essere un sistema di orientamento migliore, che dica agli studenti in procinto di immatricolarsi cosa serve al Paese, cosa no, quali corsi frequentare, e soprattutto quali istituti o enti propongono percorsi formativi validi desiderati dalle imprese. Tanto per fare un esempio, in questo momento sto frequentando un corso di formazione professionale istituito da un ente di formazione a Roma che, in partnership con varie aziende, istituisce svariati percorsi formativi su specifica richiesta delle imprese. Le università dovrebbero fare questo, ma, salvo rari così, vanno nella direzione opposta.


Se poi i ragazzi sono determinati a coltivare le proprie passioni o le proprie inclinazioni a tutti i costi, saranno comunque consapevoli delle loro decisioni. Cosa che, purtroppo, nella maggior parte dei casi non avviene: ed ecco che e i sogni e le aspirazioni dei ragazzi, si sfracellano sul muro della realtà.

Daniele

mercoledì 26 settembre 2012

SCRIVETECI

Cari lettori,

vi invito a raccontare la vostra esperienza, a condividere le vostre opinioni su questo blog.

A cosa può servire? A sentirsi meno soli quando ci si sente dire per la milionesima volta no, a incoraggiarci a partire, o forse a restare e cercare di cambiare le cose.

Ci potrebbe forse aiutare ad attirare l'attenzione di chi dovrebbe e potrebbe realmente fare qualcosa per noi. Resto scioccata di fronte alle immagini di Madrid, una folla di gente che grida "que se vayan todos!" (Se ne vadano tutti!) e al contempo mi chiedo cosa stiamo realmente facendo per cambiare le cose e cosa stiamo aspettando ad indignarci.

Io ci credo in quel che faccio, ci sto dedicando tutto il mio tempo e anche la faccia se vogliamo.
Ma ho bisogno del vostro contributo. Ieri dopo aver scritto un centinaio di e-mail a svariati giornali, mi ha risposto il Direttore dell'Agenzia di stampa Dire e mi ha proposto di creare uno spazio sul sito dedicato alle storie che mi racconterete.
Eccovi il link : http://www.dire.it/Le-storie-di-Alessia/le_storie.php?m=50&l=it
Potete scrivere direttamente a alessiabottone@libero.it o bottonealessia1985@gmail.com anche in forma anonima!

Che dire? Vi aspetto numerosi!
Alessia

lunedì 24 settembre 2012

UNA STALKER DEL LAVORO


Eccoci qui! Sono Valentina, ho 25 anni e dal 2010 vivo a Verona. Prima vivevo a Trento dove ho tentato di prendere la laurea in beni culturali con indirizzo archeologico. Passato qualche anno lo stimolo è passato poiché non vedevo sbocchi per il futuro e la passione era decisamente calata. Decido allora di tornare a Verona per convivere col mio fidanzato, cosciente del fatto che mi sarei dovuta rimboccare le maniche e adattarmi.
Speravo che il mio diploma da perito aziendale e corrispondente in lingue estere potesse essermi vagamente di aiuto, ma ben presto mi sono resa conto che non avendo esperienza in quel campo poco me ne facevo. Nessun problema troverò qualsiasi altro lavoro, mi sono detta, tanto ho fatto di tutto, dalla lavapiatti alla cameriera.
Guardo dappertutto, batto a tappeto le zone limitrofe, entro nei negozi, guardo gli annunci su internet, sul giornale e sui volantini.
Scopro così anche  il magico mondo degli annunci “fuffa”, sì quelli dove sembra che cerchino segretarie e un sacco di altre figure interessanti e poi invece ti ritrovi a fare il venditore porta a porta per l' Eni. No, grazie.
Ok va bene,  ma come commessa in qualche negozio troverò! E invece nulla, perché per fare la commessa serve un casino di esperienza. Caspita, ma nei negoziacci dove vendono intimo a pochi soldi, dove le commesse piegano solo le mutande e non ti si filano di striscio che  esperienza serve? Io le mutande le piego giornalmente e sono bravissima! Basterà sorridere ed essere carina e avrò qualche chance. Ma purtroppo avevo 24 anni, “non saprei, di solito le nostre ragazze hanno sui 19 anni, magari saresti a disagio.”
Perfetto mi hanno dato della vecchia a 24anni, pensavo che il problema non si sarebbe posto almeno fino ai 30!
Infiniti colloqui, infinite volte in cui mi chiedevano se mi sarei sposata, se avrei avuto intenzione di fare figli, tutto come in una normale ricerca di lavoro.
Trovo finalmente impiego in un panificio, felicissima poiché sono un'appassionata di cucina. Mi avevano detto che mi avrebbero insegnato, che l'inesperienza non era un problema etc. Ora non vi racconto tutto ma, morale della favola, questi sfruttavano e se ne approfittavano. Non appena io ho iniziato a fare domande specifiche su cosa dicesse a riguardo il contratto nazionale del lavoro, sono stata “minacciata” che questa cosa si sarebbe ripercossa sul rapporto lavorativo, che sicuramente avevo sentito i miei ex colleghi di lavoro (ho lavorato come centralinista in un CAAF della CGIL), insomma che ero una mela marcia. A malincuore, ma esausta mi licenzio. Volevano da me dei soldi, che poi controllando non gli spettavano di certo.
Tolgo dunque  dal mio curriculum l'esperienza in CGIL e ricomincio la ricerca.
Passato qualche mese inizio a fare la postina. Fantastico, pagano bene e finisco presto. Scopro che è un gran casino per i trimestrali, ma si fa. Al secondo mese succede l'inconveniente, devo essere operata, con la convalescenza troppo lunga devono licenziarmi perché supera il comporto. Ma ricevo la magica telefonata del direttore che mi prende un po' a parole e mi dice che devo licenziarmi sennò loro rimangono senza una persona per tre settimane. Ovviamente rifiuto per poter finire la malattia e per non perdere un'eventuale disoccupazione.
In tutto questo tempo io ho fatto anche dell'altro, qualche extra in un ristorante, promozioni nei centri commerciali, mistery client, ma di certo non mi danno da vivere.
Ho lavorato per la campagna Istat nell'inserimento dati dove ho scoperto l'esistenza dei magici contratti da 12gg.
Ho provato anche metodi di ricerca alternativa. Quando conosco qualcuno di nuovo cerco sempre di dire che sono alla ricerca e mi propongo nel caso possano offrirmi un lavoro, una stalker del lavoro. Così facendo, un buon samaritano voleva metterci una buona parola con il signore delle piadine: “però devi portare pazienza, perché gli piace allungare un po' le mani.” No grazie. Ora sono di nuovo a casa e sempre e comunque alla ricerca di lavoro.
Ho solo un'idea in testa ormai, se si vuole un lavoro, forse è meglio crearselo.

sabato 22 settembre 2012

RAI 2 L'ULTIMA PAROLA

Cari lettori, 

Ecco a voi i link dell'anteprima web e della puntata di ieri sera della trasmissione L'ultima parola andata in onda ieri sera alle 23.35 su RAI 2.



Mi rendo conto che si tratta di pochi minuti, ma penso sia grandioso in fatto che i mass media stiano finalmente dando spazio a queste tematiche. La considero un'occasione molto importante per farci ascoltare. Uniamo le forze, non siete forse stanchi di farvi chiamare pecoroni o bamboccioni da una classe politica che usa i vostri soldi per i festini? 
Qui non è più la questione "Alessia non trova lavoro". E' la questione giovani e non giovani che non trovano lavoro e molti, tra coloro che ce l'hanno, sopravvivono con contratti che non rispettano gli standard minimi di tutela del lavoratore. 
Aspetto le vostre testimonianze, ma vorrei anche delle proposte!

Ps: Io li vedo questi "famosi giovani" lavorare e sono magnifici, hanno quel non so che di freschezza, che può apportare tanto. Essere giovani, non è una colpa. E' il diventare cinici che può diventarlo.

Alessia 

lunedì 17 settembre 2012

MARTINA, UNA DI NOI


Ciao, sono  Martina e ho 27 anni.
La mia esperienza lavorativa è passata tra alti e bassi: diplomata nel 2004 ho iniziato subito a lavorare presso un’azienda come impiegata, un periodo positivo che mi ha portata nel mentre a conoscere il mio attuale fidanzato e la nascita del mio piccolo Jacopo che oggi ha 4 anni.
Le cose da allora sono cambiate.  Nell’anno clou della crisi l’azienda per la quale lavoravo dal giorno alla notte ha chiuso, lasciandomi  con un mutuo, asilo nido e bollette  da pagare  solo con uno stipendio (tutto ciò non avendo ancora ricevuto, a distanza di 3 anni, quello che mi spetta del licenziamento e del TFR) ; per mesi mia mamma ogni settimana mi ha fatto la spesa ed entrambi i genitori ci sostenevano economicamente come potevano.  Cercando di darmi da fare nel giro di poco ho trovato un impiego come commessa stagionale che ho accettato anche se , con un bambino,  mi costringeva a lavorare  nel periodo invernale compreso i sabati e le domeniche ma , in momento così, era l’unica opportunità’ che si era presentata!!!  Fortunatamente dopo alcuni mesi l’ azienda di mio padre mi propose un contratto di mezza giornata, la situazione di crisi economica in Italia era alle stelle e altro non potevano offrirmi. Quindi quando le cose in qualche modo si stavano pian piano sistemando, le difficoltà nel portare a casa lo stipendio passarono  al mio ragazzo: lavoro, lavoro,  lavoro, ma a fine mese nemmeno un  soldo. Iniziai così a lavorare mezza giornata in azienda e come commessa a chiamata (in qualche modo lo stipendio in casa doveva entrare ogni mese). Riuscii poi a trovare un terzo lavoro come impiegata che mi occupava l’altra metà della giornata , complessivamente facendo i conti un unico lavoro 7 giorni su 7 ma diviso in 3 aziende diverse, orari diversi e paesi diversi. Partire alla mattina per raggiungere un posto di lavoro, staccare in pausa pranzo per raggiungerne un altro e passare tutti i fine settimana lontano dalla famiglia per dover lavorare,  il tutto accompagnato da una mia situazione fisica di stato di salute  assai aggravata da stress  , febbre e dall’asma bronchiale diagnosticatami in quel periodo che non mi faceva dormire la notte. La situazione andò avanti per 6 mesi. Quante volte le persone più care si sono preoccupate per me! Mi dicevano: “Marti non puoi andare avanti cosi, non stai neanche in piedi” mi vedevano con gli occhi stanchi, mi si leggeva in faccio che ero distrutta, ma purtroppo non avevo scelta. Mio figlio ogni volta che uscivo di casa mi diceva: “Mamma stai a casa con me , perché devi andare a lavorare ogni giorno?” e io in quel momento non sapevo cosa rispondere!!!  Portare a casa tre  stipendi (che sommati facevano 1 stipendio) solo io era l’unico modo per vivere.
Potrei andare  avanti per righe e righe a raccontare la mia esperienza nel dettaglio, ma mi fermo qui  perché sono sicura che poi ne verrebbe fuori un libro e non una semplice lettera J .
E’ brutto da dire ma nell’Italia di oggi possiamo contare solo su noi stessi e le persone care, ora posso dire che fortunatamente le cose per me si sono sistemate, ho un “unico” lavoro a tempo pieno e il mio ragazzo ha trovato un posto dove riceve puntualmente lo stipendio.
Ringrazio con il cuore i miei genitori ,anche non chiedendo mai  niente, mi sono sempre stati vicini economicamente senza nulla in cambio.
 
Ciao,
Martina

sabato 1 settembre 2012

FUGGITIVI DI PROFESSIONE


Oggi, ho il piacere di pubblicare la lettera di un mio caro amico. Mentre leggo le "molte"righe che ci ha regalato ripercorro gli anni trascorsi insieme e le fughe condivise. Un 'interessante riflessione per chi deve ancora trovare la sua strada e il suo posto nel mondo. 

«In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare»
[HL]


Io scappo da una vita.


Ero poco più d’un adolescente, i capelli ingellati tirati a lucido sotto una fascia -non l’avessi mai fatto, oggi ne avrei qualcuno in più-, che in guerra perenne contro il mondo fuggivo regolarmente dalle regole di mia madre. A casa di mio padre, s’intende.  A volte fa comodo esser figli d’un divorzio.

Eccomi allora maturando, sebbeme immaturo fin al midollo, a scappare da un percorso accademico  che per me sembrava tracciato da una vita. Figlio, nipote, pro-nipote d’avvocati, con uno studio ben avviato che attendeva solo d’esser ereditato. Quale facoltà avrei scelto? Non-giurisprudenza. Qualunque branca dell’umano scibile che mi consentisse di evitare la temutissima professione di famiglia. Poco importava se prevedesse  uno o più esami di matrice giuridica. L’importante, agl’occhi di me matricola in fuga, era poter continuare a scappare.
Economia mi sembrava un buon compromesso: media difficoltà, piani di studio molto diversificati a coprire le discipline più disparate, quel tocco di Diritto che avrebbe fatto contento qualche parente. Ma soprattutto, diceva la leggenda metropolitana dell’epoca, utile a trovar lavoro. E quando si scappa, pensavo, è meglio farlo da stipendiati.  
Mi iscrissi.

Passano gli anni della triennale, e con loro gli esami con voti tutto sommato soddisfacenti. Ma ecco che arriva la più geniale delle strategie di fuga accademica legalizzata che l’uomo moderno abbia mai concepito: il programma Erasmus. Per un giovane poco più che ventenne, dalle “belle speranze” e le confusissime idee sul futuro, era tutto sommato una buona scommessa: un intero anno all’estero, per la prima volta e completamente solo, una nuova lingua da imparare, qualche esame in più da portare a casa in modo non sempre del tutto ortodosso. Finalmente una fuga “condivisa”: i familiari la appoggiano, emotivamente e finanziariamente, sicchè il fuggitivo può prendersi un anno sabbatico dai suoi tormenti esistenziali –“mi piace quel che faccio? Cosa ci faccio quando lo finisco? E se poi non ce la faccio che faccio?”.  Da notare l’insistenza con cui in questi interrogativi compare il verbo “fare” -quel che io chiamo la funzione, la missione di ciascuno di noi a questo mondo. Qualche millennio fa un po’ di greci più saggi di me l’avevano già chiamata ἀλήθεια (aletheia, verità). Letteralmente “ciò che non è coperto da veli”. Svelato.

Sui quanti veli il mio Erasmus m’abbia aiutato a togliere non mi dilungo in questa sede. Lo faccio dal giorno in cui ho rimesso piede in patria –mai per restarci troppo a lungo. Restava però il più grosso e pesante di tutti: quel dover dare un senso a una scelta accademica mai da nessuno (me in primis) del tutto compresa, nonchè –soprattutto- dimostrare, a me e a tutti, di riuscire a cavarci qualcosa di tanto utile quanto la “professione di famiglia”.
Ancora una volta un deus ex machina accademico giunse in mio soccorso nella scena cruciale: la riforma universitaria. Un qualsiasi neo-laureato del vecchio ordinamento, all’età in cui io finii la mia triennale, non avrebbe potuto più trastullarsi in enigmatici quesiti filosofico-professionali –si sarebbe piuttosto, come diciamo qui a Napoli, messo a vedere quel che doveva fare (il dialetto tradotto perde troppo spesso la sua efficacia). A me invece, tra i primissimi figli della riforma, fu concesso un altro biennio di riflessione esistenziale: la laurea specialistica. La quale laurea, oltre ad essere tutto tranne che specializzante (mentre alquanto formativa era stata la sorella minore triennale –vizi e virtù del nostro nuovo ordinamento), portava con sè tutto un nuovo pacchetto di eccellenti strategie di fuga: stage all’estero per laureandi (programma Erasmus Placement), ricerca all’estero per la tesi finale, stage all’estero per laureati (programma Leonardo).  Scappai in tutti i modi che mi furono concessi. Quando non lo feci, fu perchè già avevo formulato un mio piano di fuga alternativa.
Ma con la laurea finirono anche le fughe accademiche legalizzate. Poco male, mi dissi - tra titoli lingue ed esperienze qualcosa di buono sarei riuscito a trovarlo. Non che avessi tolto il grande “velo”, quello forse s’era inspessito a furia di tanto riflettere, ma avevo sì gran voglia di cominciare a far qualcosa. O forse, più semplicemente, di cominciare a vivere di quel che facessi. Qualunque cosa facessi.
Scelsi dunque il mestiere del mandante di curricula. O  meglio, di application (forms), dacchè le mie domande di lavoro erano tutte inesorabilmente dirette all’estero.

Il mandante di curricula si alza presto al mattino, come qualsiasi altro lavoratore. Forse un pizzico più tardi, dacchè non ha cartellini da timbrare se non quello della prima colazione in cucina, e dacchè la distanza più grande che dovrà percorrere è quella che ne separa il letto dal computer. C’è anche la figura del mandante di curricula dal letto: colui/lei che “lavora” fino a tarda sera o sceglie il “turno” di notte, ed inevitabilmente finisce con l’addormentarsi al computer (questa versione del mandante richiede un portatile). In questo caso al mattino seguente potrà dormire qualche minuto in più: nessuna distanza da coprire, casa e puteca (ancora dal napoletano, stavolta non tradotto) a tutti gli effetti. 
Che lavori dal letto o dalla scrivania, per prima cosa il mandante di curricula controlla la propria casella di posta elettronica, in uno stato d’animo che è un misto tra apatica noia ed improvvisa eccitazione. Entrambe si convertono rapidamente in frustrazione, quando scopre –o meglio trova conferma di quel di cui già aveva piena coscienza e cioè- che non ha ricevuto risposte, se non negative, alle domande inviate nei giorni/mesi precedenti. Le stesse risposte negative sono in realtà per lui in qualche modo fonte di benessere, o almeno così gli sembra di ritenere: meglio, si dice, dell’essere completamente ignorati. L’educazione innanzi a tutto.
Ripresosi dall’ormai abituale piccola delusione di inizio giornata, il mandante di curricula pensa e/o si ripete qualche formula rinvigorente per la sua autostima, indi inizia la sua giornata di lavoro. Per le successive 6-8 ore, intervallate da molti caffè (ed altrettante sigarette se fumatore) nonchè da una pausa pranzo di breve/media durata, non farà altro che cercare annunci di lavoro e –ovviamente- mandare curricula, tendenzialmente accompagnati da lunghe e ripetitive lettere motivazionali. Comincia di solito con gli annuncia lui più congeniali e/o più affini al suo profilo, oguno dei quali gli sembra sia stato scritto per lui ad personam. Allargherà inevitabilmente la ricerca, fino ad includere annunci che solo qualche settimana prima gl’erano sembrati improponibili.
I contratti dei mandanti di curricula sono tutti a tempo indeterminato: non si sa mai quando scadano.

Io ho lavorato più volte come mandante di curricula. Tuttora continuo a farlo. Un paio di volte m’è andata bene: durante il tradizionale rito d’apertura-posta-elettronica mattutina, i miei occhi increduli si sono illuminati al ricevere una risposta inaspettatamente positiva. Ritornavano le belle fughe d’una volta: prima uno stage (retribuito!), chiaramente all’estero, poi addirittura un contratto, di un anno non rinnovato, in un posto che chiamarlo estero è un eufemismo. Poi ancora curricula.
Il grande velo esistenziale è ovviamente rimasto al suo posto, ma forse nel frattanto si è leggermente assottigliato. Per il momento ho scelto, o meglio mi sono auto-convinto di dover scegliere, di tentare una carriera nella cooperazione allo sviluppo, preferbilmente all’interno di un’organizzazione internazionale. Ma mentre mi obbligavo a scegliere, da quando mi son laureato ho anche lavato parecchi piatti e servito altrettanti panini. Nulla contro lava-piatti e servi-panini: a volte c’è più da imparare nella cucina d’un pub che in un ufficio. Semplicemente, non proprio il tipo d’impiego che credevo m’aspettasse al termine degli studi.   

Nel mio caso, ad ogni modo, credo che il problema di fondo sia una doppia crisi. A quella economica esogena, che proprio sembra non volerci dar tregua, se ne aggiunge una endogena e più profonda, della quale mi reputo unico responsabile: il non aver ancora saputo del tutto svelare la mia aletheia. Nonchè l’aver sistematicamente rimandato la svelatura a suon di fughe.
Ne conosco, di coetanei, che con un pizzico di fortuna ce l’hanno fatta. Come direbbe la nonna media napoletana, si sono sistemati. E ci son riusciti perchè hanno votato anima e corpo alla propria passione –avevano già da tempo compreso qual dovesse essere la loro funzione. Certo hanno saputo attendere, dimostrando pazienza e cocciuta determinazione, ma alla fine sono stati giustamente premiati. Forse non vicino casa, forse a costo di dover ricorrere all’ennesima fuga. Ma ce l’hanno fatta.

Allora guardiamoci dentro, prima di puntare il dito fuori. Proviamo a togliere con decisione tutti i veli che ci sono rimasti. Ascoltiamo a pieno le nostre passioni, e perseguiamole con tutte le energie e gli strumenti di cui siamo forniti. Iniziamo finalmente a svolgere la nostra funzione.
Ogni crisi esogena, i libri d’Economia insegnano, è storicamente sempre seguita da una straordinaria ripresa. Che questa volta stenta ad arrivare, e potrebbe tardare ancora chissà quanto. Ma ci lascia il tempo di svelare l’aletheiea, di lavare qualche piatto e servire qualche panino.
Nonchè di diventare bravissimi mandanti di curricula a tempo speriamo determinato. O, se preferite, fuggitivi di professione.

"El humanista"

martedì 14 agosto 2012

NON PERDETE DI VISTA LA META!


Ciao a tutti,

sono stato invitato da Alessia a scrivere qualche riga sul mio sogno raggiunto e ho accettato ben volentieri.


Mi chiamo Giacomo, ho 27 anni, sono nato e cresciuto a Verona e provengo da una famiglia semplice che si è sempre prodigata in tutti i modi per non farmi mancare nulla e per farmi studiare.


All'età di 13 anni, un test di orientamento per la scuola superiore indicava per me due strade: ragioniere o controllore del traffico aereo. Due lavori davvero lontani uno dall'altro.
Nella mia città la scuola di indirizzo aeronautico è solamente privata ed il costo per la mia famiglia era insostenibile e così mi iscrissi a ragioneria portandola poi a termine con il massimo dei voti.



Al termine della scuola superiore mi iscrissi ad Ingegneria Aerospaziale a Forli perchè dentro di me restava quella grande passione per gli aerei che avevo da bambino.


Durante il periodo universitario ebbi modo di venire a contatto con ragazzi che frequentavano il corso per CTA (Controllori del Traffico Aereo) presso l'E.N.A.V. Academy di Forli e cosi mi è tornata la voglia di inseguire nuovamente quel sogno abbandonato all'età di 13 anni.
Tentai di partecipare alla selezione del 2005 ma non venni ammesso per "colpa"del mio diploma non corrispondente ai loro criteri di ricerca; non mi persi d'animo e tentai la selezione presso Eurocontrol a Maastricht,pronto a lasciare tutto e a trasferirmi in Olanda per tutta la vita...purtroppo anche lì non andò bene.
Finalmente nel 2007 riesco a partecipare alla selezione ENAV e vado ad affrontarla sapendo che poteva essere la mia ultima occasione; eravamo davvero tanti partecipanti per pochi posti e ogni persona a cui parlavo di questa mia selezione tentava di distruggere il mio sogno dicendo "è impossibile che passi senza spinte all'italiana!". Non mi sono fatto condizionare da nulla e da nessuno e ho dato il massimo fino all'ultimo.Ad aprile 2009 ho saputo di aver superato la selezione e ad aprile 2010 sono stato convocato a Forli per l'inizio del corso in Academy.


Il corso è durato fino a luglio 2011 ed è stato uno dei periodi piu intensi della mia vita. Lo studio in Academy è stato davvero intensissimo, la pressione psicologica è tanta perchè sai che ti è concessa un unica possibilità per arrivare a fine corso e devi superare ogni esame con la sufficienza, pena l'espulsione.
A luglio 2011 finalmente ho superato l'esame finale e ho ottenuto la licenza di "studente cta", grazie alla quale a dicembre ho iniziato l'addestramento pratico presso l'aeroporto di Alghero, mia sede di assegnazione da parte dell'azienda.
L'addestramento operativo mi ha portato a conseguire la licenza cta a fine marzo 2012, alla quale è seguita ad aprile la tanto attesa firma del contratto di lavoro.
A giugno ho conseguito la seconda abilitazione necessaria per lavorare ad Alghero e finalmente ora posso dire che il sogno si è avverato. 



Ora il mio destino è di restare ad Alghero sicuramente per qualche anno e poi con il tempo potrò chiedere il trasferimento a Verona ma ci vorranno anni.


Credo non sia possibile descrivervi la sensazione che ho provato la prima volta in cui mi sono reso conto che stavo facendo il lavoro dei miei sogni e gli aerei con cui stavo parlando erano nelle mie mani.


Arrivare fino qua è stata davvero dura,momenti di sconforto e ostacoli erano continui ma quando hai una meta in testa devi puntare dritto a quella. 
La parte più dura è stata sicuramente quella economica, fino a quando non ho firmato il contratto di lavoro ricevevo una borsa di studio con la quale pagare l'affitto di casa e poco altro ma tutto il resto è arrivato dalla mia famiglia che con due misere pensioni ha dovuto fare enormi sacrifici, soprattutto al momento del mio trasferimento in sardegna; per me  lavorare per "arrotondare" era impossibile sia per motivi di tempo che contrattuali.



Auguro ad ognuno di voi di raggiungere il proprio sogno siate pronti a fare qualunque lavoro intanto che aspettate il momento giusto, come ho fatto io, ma non mollate mai di vista la vostra meta.


In bocca al lupo a tutti!

sabato 11 agosto 2012

VIVERE AGLI ANTIPODI


Ciao a tutti,
mi chiamo Sabrina ed ho 31 anni.  Partita a marzo 2010, spinta da un’onda demotivazionale che mi impediva di stare ferma e non fare nulla ho deciso di andare, ma dove? Certo, mi sarei dovuta mantenere da sola quindi dovevo scegliere un paese che mi permettesse facilmente di farlo. Dopo varie ricerche ho realizzato che fosse l’Australia il posto adatto a me ed effettivamente lo era! Arrivo di mercoledì sera ed il venerdì già mi confronto con il mio primo giorno di lavoro in pizzeria che mi permette di pagare i primi affitti. Dopo un mese e mezzo lavoravo come insegnante d’italiano in due scuole private. Presa dall’entusiasmo di un mondo professionale che c’è e da un’economia che funziona ho avuto altre due importanti esperienze lavorative. Alla fine il visto è scaduto e dopo un anno sono ritornata a casa ed ho ripreso il mio vecchio impiego che fortunatamente mi ha aspettato.
Che dire? Non era certo la mia prima avventura all’estero ma è stata sicuramente la più significativa. Forse perchè stavo dall’altra parte del mondo, forse perchè per un anno intero non ho visto né amici né parenti, forse perchè ero ufficialmente un’extracomunitaria alle prese con ufficio dell’immigrazione, assicurazione sanitaria e visti ma lo rifarei e lo consiglio a tutti coloro che hanno voglia di lasciare il nostro bellissimo paese in cerca di una situazione economica e professionale migliore. Bisogna cominciare dal basso ma poi l’Australia ti permette piano piano di farti strada se sei in gamba. La mia cara Melbourne è stata infatti eletta citta’ piu’ vivibile nel 2011!
L’Australia non è solo lavoro, anche se devo ammettere che per me lo è stato per buona parte. L’Australia ma soprattutto Melbourne è anche un “mini mondo” come piace definirla a me. Un luogo dove si concentrano tutte le culture del nostro pianeta, dove  se ti vuoi fare una cenetta fuori hai solo l’imbarazzo della scelta: thailandese, francese, cinese, italiano, un crogiolo di lingue e religioni che riescono a convivere pacificamente nel rispetto reciproco. Anche per questo, una volta ritornata in Italia, non mi sono reinserita facilmente nel tessuto sociale: fascisti contro comunisti, cristiani contro musulmani, l’eterno “bianchi contro neri” ed il nuovo “poveri contro poveri". Mi ero dimenticata della mancanza dell’accettazione del diverso e dell’intolleranza che regna dalle nostre parti, resa ancora più acerba dalle difficoltà economiche che ti portano a buttare fuori dal letto chi è vicino a te perchè la coperta si sta accorciando.
E poi arriva il ritorno e  con lui quella strana sensazione di sentirsi straniera a casa tua, dove sei nata e cresciuta, in mezzo agli amici di sempre. Come mi disse un mio ex collega della scuola d’italiano a Melbourne in merito al ritorno alle terre natìe «tutto è sempre lo stesso, tranne te». Fortunatamente dopo qualche mese il senso di disiorientamento è passato ed ho ricominciato a pedalare all’italiana ma il pallino rimane e rimangono fortunatamente buona parte delle amicizie fatte, persone culturalmente ai tuoi antipodi ma con le quali condividi gli stessi sogni, speranze o semplicemente voglia di avventura e per questo a volte li senti così vicini e riesci a stringere amicizia così facilmente.
La cosa più bella che mi è rimasta? Non sono i paesaggi stupendi, non sono i canguri né i koala, non è l’esperienza lavorativa e neanche la fluidità acquisita nell’inglese ma sono proprio loro: quelle persone che ho conosciuto durante il cammino, quelle che sono rimaste fino alla fine, quelle che hanno fatto solo una piccola comparsa e quelle che ancora ci sono!
Sabrina Torretti