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sabato 6 ottobre 2012

UN VIAGGIO CHIAMATO ERASMUS




Voci di corridoio non ancora confermate dicono che l’Erasmus sia finito.

Non è difficile immaginare che se non ci sono più fondi per l’Erasmus a breve non ci saranno neanche per LLP/Erasmus, il Leonardo, lo Sve e tutti quei programmi che ogni anno permettono a numerosissimi studenti e neolaureati  di complementare la loro formazione all'estero o semplicemente di fuggire dalla routine, dalle ambizioni familiari o da se stessi per poi ritrovarsi.


Permettetemi di segnalare la romanticità del viaggio Erasmus, quegli amici che conosci all'università provenienti da tutta Europa, da posti che nemmeno conosci, che ti raccontano delle loro vita, della storia dei loro paesi vista con la freschezza di un ventenne. La voglia di essere grandi, di cucinare un piatto tipico del proprio paese, di abbattere gli stereotipi, di imparare una lingua in più anche per comunicare con quel ragazzo o ragazza che ti piace tanto.

C’è il professore che racconta di politica economica in inglese, in catalano o in francese e tu ti senti piccolo e non capisci cosa diavolo stia dicendo. Poi passano i giorni, acquisisci fiducia in te, capisci che il mondo è grande e che forse vuoi conoscerlo. Io stessa, senza questa borsa di studio, oggi non sarei io. Non avrei capito cosa realmente volevo dalla vita, non avrei capito che quella realtà quotidiana non mi bastava più, che volevo saperne di più. Non avrei apprezzato popoli lontani, non avrei ascoltato i racconti di quegli amici, non sarei affamata di cose nuove e lontane, per usare  un termine caro a Steve Jobs.
Poi ci sono i viaggi che si fanno dopo Erasmus  per andare a trovare gli amici lontani. Città che non avevi mai considerato. Quanti soldi abbiamo dato alla Ryanair per raggiungerci in ogni angolo del mondo, per restare insieme, ancora un po’, per visitare le città, conoscere gli amici di questi amici, per sentirci parte di quel nuovo mondo. Se non ci fossero stati quei viaggi oggi non amerei così profondamente il mio paese, oggi non mi sentirei così italiana e così vogliosa di regalare ciò che ho imparato in questi anni all'estero.
Già perché  quella banda di universitari che dormiva poco e viveva tanto oggi continua a viaggiare. Ad alcuni l'Erasmus ha cambiato la vita. Chi si è innamorato e ha sposato qualcuno che lo ha portato a vivere in un altro paese, chi ha deciso che una lingua sola non gli bastava e voleva impararne tre quattro e ha deciso di fare del mondo la sua casa. Posso fare dei nomi?Non me ne vogliate. Ma c’è Laura, la veterinaria italiana in Inghilterra, c’è Carmine che vive a Washington in cerca di lavoro, ci sono Pierre e Thomas, i miei francesi preferiti che lavorano in Messico, c’è Sabrina, la mia compagna di stanza che oggi vive in Spagna, c’è Eleonora che ha lavorato in Nicaragua, c’è Valeriane, c’è Chiara che lavora all’Onu, c’è Alessia. Quanti ne siete!

Erasmus ci resti per sempre, perché non importa in che posto del mondo tu viva, avrai sempre cinque minuti da dedicare a quell'amico lontano che ti chiama per dirti che ha una coincidenza del treno nella tua città, o per pensare ad un week-end a casa di chi anni fa ha fatto parte della tua vita. 

Se c’è qualcosa che è per sempre, è l’Erasmus e allora, lasciatelo tale. Se c’è una cosa buona che l’Europa ha fatto è proprio questa. Abbiamo costruito un impero sopra questo: libri, convegni, direttive, fondi, associazioni. Da 25 anni ci avete convinto che il miglior modo per promuovere la sicurezza in Europa era  unirla e promuovere la sua cittadinanza. 

Ci avete convinto, sin dal primo giorno e oggi non possiamo permetterci,  neanche in tempo di crisi, di pensare che studiare, voler conoscere e aprirsi al mondo non sia la soluzione più giusta per combattere la paura dell’altro e vivere in un continente dove la libera circolazione di beni e persone non restino solo principi di pura economia. 

Alessia Bottone 

venerdì 5 ottobre 2012

WALK ON JOB

Cari lettori,
 
Anche walk on job parla di noi!
 
Eccovi il link dell'articolo!
 
 
Fatevi sentire ragazzi, questo è il momento giusto!
Solo se farete parlare parlare di voi, riuscirete, forse, ad ottenere qualcosa!
 
Grazie Elisa, grazie Walk on job!
 
Alessia
 
Alessia Bottone è una ragazza come tante, forse ne avete già sentito parlare o l’avete vista in tv. Ci contatta via e-mail per segnalarci la sua storia e il suo blog, perché ritiene di parlare a nome di molti ragazzi che, come lei, laureati e preparati, si trovano senza opportunità dopo la laurea. E infatti lo fa.

Lo fa da giugno, quando la lettera di sfogo che ha mandato al quotidiano della sua città, Verona, L’Arena, è finita in prima pagina sollevando un polverone. Quindi ha scritto una lettera al Ministro Fornero, pubblicata su Affari Italiani ai primi di luglio, che ha fatto il giro del Web. Alessia ha 27 anni, parla 4 lingue e ha vissuto in 7 Paesi diversi ed è stata stagista all’Onu. Laureata, non riesce a trovare un lavoro, stage sì, persino come commessa: 300 euro al mese per piegare magliette. Non le sembra proprio dignitoso. Mette in Rete la propria esperienza – e nel frattempo le sue lettere si spargono in internet in un vero e proprio tam tam – e insieme ad alcune amiche dà vita al blog Da Nord a Sud Sogni a tempo (in)determinato, che in pochissimo tempo raggiunge tantissime visite. Quindi si trova invitata in numerose trasmissioni radio e tv, da Radio24 a Radio Capital a Blu Radio Veneto, da “L’ultima parola” su rai2 e la prossima settimana sarà a “Quinta colonna” su rete 4.


Insomma, Alessia senza volerlo si è ritrovata a rappresentare problemi, sfoghi, lamentele di molti giovani come lei, che si trovano in balia di un mercato del lavoro che li respingi e li svaluta. Il suo blog è fitto di lettere di giovani che raccontano la propria esperienza, in cui ognuno di noi si può riconoscere: c’è
chi decide di partire in moto alla volta di Londra a chi, brillante laureato in Beni Culturali, si trova a spasso ma invita a non arrendersi, a chi, 28enne pubblicista, lamenta la mancanza di certezze. Le scrive persino un padre, agente immobiliare da 30 anni e che, disperato, deve mantenere moglie, genitori e figlia e non ce la fa, e ha pensato persino a farla finita.
Alessia adesso ha un contratto a progetto nel settore dei corsi privati, ma scade tra 2 mesi e che non è neppure full time, al sabato fa la cameriera per arrotondare e sogna di tornare a Ginevra, dove ha fatto uno stage all’Onu, l’anno scorso, e dove gli stagisti sono tutti retribuiti con almeno 1000 franchi al mese. Non può andare a vivere da sola, nemmeno in una camera ammobiliata, nemmeno in condivisione con altri ragazzi, come vorrebbe.

“Mi piacerebbe rimanere in Italia, ma adesso inizierò a mandare in giro Cv, se a dicembre non esce nulla tornerò a Ginevra. Tanti accusano le lauree umanistiche di non servire a nulla… Beh, io ho anche basi di contabilità e conosco bene le lingue ma le agenzie interinali mi rispondono che non mi tengono in considerazione perché ho una laurea in un altro settore. Insomma, c’è un muro da parte di chi ci seleziona e se vede che cambi strada rispetto alla tua formazione, ti frena”, ci spiega Alessia al telefono.


Le conosciamo bene, le difficoltà di Alessia e degli utenti del suo blog, che non sanno come fare, che si vedono sbarrare le porte e che non hanno la minima idea di cosa significhi possedere anche piccole stabilità, che quando guardano all’estero vedono, ad esempio, un’America dove vige la meritocrazia, non la regola dell’”essere amico/conoscente/parente di”, per trovare lavoro.
Quella di questa ragazza veronese è una storia oggi tristemente normale, ma lei ha saputo dare voce a questa “normalità” facendosi portavoce di molti, troppi. Ha saputo trovare un canale per farsi ascoltare, per merito e per fortuna.


È stata coraggiosa, Alessia, a mettere la sua faccia e il suo nome in primo piano per combattere il disagio di una generazione. Ha saputo anche, certo, sfruttare il tam tam e la risonanza mediatica, e non è da tutti. “Vorrei essere parte attiva del cambiamento”, ci dice determinata mentre ci rivela che il lavoro di comunicazione e battaglia che sta conducendo avrà presto una sorpresa che vedremo seguendola sul blog e sui media. “I ragazzi della mia età, prosegue, sono disillusi, si chiedono che senso abbia scrivere e protestare… Per me un senso ce l’ha. Quando ho visto che venivo seguita sul blog, ho capito che dovevo battermi…”.


D’altronde, Alessia è laureata in Istituzioni politiche per la pace e i diritti umani:
se non è un diritto umano il lavoro, per quali altri diritti dovremmo muoverci?

ANCHE GLI “ZERBINI” SI STANCANO

Ciao Alessia,
Ieri ho letto il giornale Oggi. Mi balza all'occhio la parola DISOCCUPATI. Anch'io lo sono. Ho 26anni e alle spalle una laurea triennale in Scienze della comunicazione e una magistrale in Comunicazione pubblica e sociale. Quando qualcuno mi chiede in cosa sono laureata so già che mi guarderà male "Sì, sono quelle lauree inutili". All'inizio me la prendevo, ora, invece, dico "Ho una di quelle lauree inutili, che non servono a niente". Almeno il mio interlocutore resta sorpreso e, se è impietosito, mi dirà "Ti sei fatta una cultura".Vero, penso. Una cultura e un mazzo tanto per riuscire al meglio, perché studiare mi è sempre piaciuto. Impegno e sacrificio: caratteristiche che i bravi ragazzi in Italia condividono. Quelli che ora passano ore al computer per inviare curricula che chissà se verranno letti. Disoccupati? Diversamente occupati, perché la nostra unica occupazione è quella di trovare un lavoro. Io un cantuccio in questo mondo l'avevo trovato. L'anno scorso ho fatto una scelta difficile: proseguire negli studi, con un dottorato di ricerca con il sogno di diventare un giorno insegnante o andare a lavorare?
La domanda per il dottorato l'ho fatta. Esito: passo la selezione. Senza borsa di studio.
Ne parlo a casa e con 2 prof: la prima mi dice che per la testa che ho, lo devo fare. Il secondo mi dice che tanti dottorandi fanno solo fotocopie.
Passati i 3 anni, c'è la possibilità che le porte della carriera universitaria non si aprano, soprattutto se non hai gli agganci giusti. Agganci non ne ho. Non ne voglio avere.
Potrei trovarmi a 30 anni senza un lavoro. E a 30 anni, mi immagino che un colloquio di lavoro potrebbe vertere su queste domande: "È sposata? Ha intenzione di metter su famiglia?". Per non dover pesare ancora sul groppone dei miei e, soprattutto, sentendo come vanno le cose in Italia (che i cervelli sono in fuga e che il mio cervello sta bene qui dov'è e bla bla bla) colgo al volo la prima opportunità di lavoro che mi si presenta. Apprendista impiegata 40ore la settimana, 760 euro al mese. Sono entusiasta. Vedo qualcosa di concreto: lo stipendio. Anche il mio ragazzo ha un lavoro (part-time). Gli hanno rinnovato il contratto.(Ah, anche il mio ragazzo ha una laurea magistrale con 110 e lode, ma si è adattato, come facciamo in tanti, a fare il commesso).
Riassumo la mia esperienza lavorativa: traumatica. Trattata come uno zerbino. Umiliata. Mi sono adattata a fare di tutto, anche le pulizie di tutti gli uffici. Davanti agli altri che stavano lavorando seduti al computer e che si lamentavano dell'odore del lavapavimenti. Con la titolare che nemmeno riusciva a far centro nel cestino dell'immondizia. Le cartacce fuori e io a raccogliere. Bicchierino del caffè disseminati ovunque, apposta. Portacenere da svuotare.  Succede qualcosa in ditta che non va? È colpa mia.
È dura. Piango tutte le sere. Mi sento una nullità. Mi applico per fare del mio meglio ma non c'è meglio che tenga. Non vengo considerata dalla titolare. Se le gira male manco ti saluta.
Umiliazione dopo umiliazione, con mamma e papà a casa che da mesi mi dicono che mangiamo pane e cipolla piuttosto che io mi abbassi a questi livelli, decido, dopo 10 mesi di licenziarmi.
Ormai è tardi: ho accumulato un tale livello di ansia e umiliazioni che ho un esaurimento. Mi sto curando.
Sono disoccupata, è vero. Per 10 mesi sono stata occupata. Occupata a convincermi che dovevo resistere e che dovevo fregarmene dell'ignoranza delle altre persone.
Mi chiamo Alice e non c'è nome più azzeccato di questo. Sogno un'Italia a rovescio. Dove i giovani bravi  prendano in mano la situazione. Abbiamo dei valori in cui crediamo e i nostri sogni non sarebbero niente di impossibile in un paese normale.
Al momento, sognare è una delle poche cose che mi riesce bene. Lavoro, famiglia, riconoscimento per i giovani. Qualcuno mi svegli, perché per realizzare questi desideri ci vuole tanta forza. Costanza. Di pazienza ne abbiamo portata troppa.

giovedì 4 ottobre 2012

IL CLUB DEI LAUREATI ANONIMI

Ciao Alessia,
da dove comincio? Piacere sono Pier ho 38anni e sono laureato.  Messa così sembra una seduta degli alcolisti anonimi o del club dei laureati anonimi (?). E' meglio se vado con ordine ...che prima di definire la mia vita un fallimento, prima ci devo arrivare per gradi. La mia carriera inizia tardi, si perché terminate le medie mica sono andato subito al liceo, dopo aver lavorato (in nero) per un po’ mi son detto: “qua se vuoi un futuro ci vuole un titolo (di studio)!” Così istituto tecnico fu, perché tra tutti era quello che dava più possibilità lavorative, o almeno così pareva.  Arrivato il diploma è iniziata la giostra dei colloqui, e niente, un bel pezzo di carta, poca esperienza e tanti lavori da magazziniere per cui serviva la terza media e già col diploma ti guardavano male, che uno poi si convince di non valere nulla, e li vedevo i miei compagni di scuola modellarsi su quei posti da commesso al supermercato dopo aver studiato elettronica. Perché meglio che niente mi ci sono adattato anche io.
Dopo un anno di questa solfa, e nessuna prospettiva, ho deciso che avrei seguito il mio sogno che sino ad allora era rimasto nel cassetto. Così mi sono iscritto all'università, a 23 anni e tutti a dirmi: che ci vai a fare? E io che mi dicevo, mi piace è un mestiere che sento di voler fare, darò il mio meglio. La vita dello studente lavoratore è infima, ma si fa, perché c'è il sogno che spinge, così mi sono laureato in architettura, due anni fuori corso. Esame di stato e tutto il resto. Non è stato facile ma ci sono riuscito, nonostante i miei preferissero vedermi nel classico posto fisso. Ero pronto per la professione dei miei sogni.
La prima novità fu che lo studio per cui avevo lavorato prima della laurea mi disse: ora che hai una laurea non possiamo tenerti, perché chissà quanto ci costi. Complimenti e buona fortuna. Notare che mi pagavano in nero, ma tant'è un laureato tra i piedi li metteva a disagio. Tutto il resto dei lavori che avevo fatto prima della laurea erano talmente precari che non avrebbe avuto senso metterli nel CV.
Così iniziò il mio gioco dell'Oca. Per la fase spedizione CV e colloqui lascio agli altri post di questo blog descrivere la situazione, che anche lì uno pensa certo ho fatto lavori non pertinenti alla mia professione, ma se uno deve pagarsi affitto stanza, magari il vitto e i libri , non è che può andarci col naso fine, quindi può un futuro architetto dire che ha fatto il cameriere, l'imbianchino, il manutentore di campi da tennis, il pulitore di piscine, il fattorino (?) NO!
Non lo fai un po’ perché te ne vergogni, o meglio te ne fanno vergognare, e un po’ perché è meglio evidenziare le esperienze qualificanti. Così qualche collaborazione con qualche studio conosciuto la metti perché c'è stata. Ma non basta e la frase di rito è: lei non ha esperienza. (ancora?) Cosa che ti taglia notevolmente le gambe e l'umore. Ma si rimedia, con qualche corso di formazione specifico: autocad, bioarchitettura. E poi la menata dell'età; come mai si è laureato così tardi ? e li a spiegare, perché un CV standardizzato è comunque limitante, soprattutto quando chi lo legge ragiona con la logica della raccomandazione e della lobby di professionisti.
Così ricomincia la fila dei lavori in nero, a ritenuta d'acconto, quando va bene, di aprire partita Iva non se ne parla perché son costi, e si vive sempre nella speranza che ci sia bisogno di te dopo la consegna, che serva una persona in più e che il figlio del cugino dello zio del titolare, decida di laurearsi e aprirsi uno studio tutto suo e lasci libera la scrivania accanto. Insomma è una sequenza di speriamo che me la cavo e intanto uno stringe i denti e fa del suo meglio. Perché mi hanno insegnato che c'è la gavetta e che se si è bravi si emerge. Ma intanto cerchi dell'altro perché la vita da praticante perpetuo dopo un po’ sta stretta. Così arriva la proposta di un contratto a tempo indeterminato che fai la rifiuti? No! Ed eccomi commesso di libreria, bell'ambiente, bel lavoro, certo un architetto che ci fa in una libreria (?)
Ma alla fine va bene anche così e si apre un ventaglio di nuove competenze nel settore del commercio. Inizio a fare scelte editoriali, merchandising, allestimento vetrine, e la cosa mi piace. Poi il settore va in sofferenza ed ecco qui la parola magica è mobilità. Non dopo aver scoperto che l'ex Azienza si è anche dimenticata di pagarmi i contributi. La giostra riprende, CV, agenzie interinali, annunci, colloqui, questa volta tutti a chiedere, ma non ha fatto esperienze qualificanti per la sua professione? come mai non ha fatto la libera professione? Che a quel punto lo sanno benissimo che se non sei nella 'casta' difficilmente fai la libera professione.
Comunque quando ti presenti con un CV stilato dal Centro dell'impiego, le uniche esperienze lavorative valide sono quelle in regola, il resto è fuffa! Dopo un numero infinito di giri per uffici e studi professionali, ho trovato un lavoro pertinente per due soli motivi, chi mi assumeva avrebbe avuto le agevolazioni del lavoratore in mobilità e  mi hanno raccomandato si perché nella situazione, disastrosa, in cui mi trovavo con oltre sei mesi di stipendi non pagati, l'unica speranza di non affondare era la raccomandazione, così ho oliato amici e conoscenti e dopo mesi di stalking  alla fine alla fine arriva prima una prestazione occasionale, poi un contratto a tempo determinato, poi un altro e poi mi chiama il capo: eh non vorrà mica essere riassunto, tanto più che sono scadute le agevolazioni per i lavoratori in mobilità quindi se può farci il favore apra partita IVA e noi le diamo il netto in busta.
Ho accettato perché il lavoro mi piaceva, l'ambiente era uno schifo, ma che fai li deludi dopo che ti hanno fatto il favore di farti lavorare? No. A farmi ravvedere fu il mio commercialista.
I motivi economici sono universalmente noti no? fattura dello stesso importo del netto in busta e chi ci arriva a fine mese così? Irpef, Iva, iscrizioni varie e ti chiedi: ma gli studi di settore per chi sono stai fatti, per professioni già avviate. Quindi grazie e arrivederci. Ho chiuso tutto. Che resta? un pugno di mosche e la certezza che arrivato a 40anni la pensione non la vedrò mai. Così uno si ricicla, ed oggi eccomi qui con un laboratorio di falegnameria e restauro mobili, creative designer; lavoratore autonomo per necessità, una passione che è diventata lavoro, che però arranca (c'è la crisi non dimentichiamolo) e se devo dirlo, se pagassi tasse, confartigianato, Inail e tutto il resto non solo non arriverei a fine mese, ma avrei anche fatto dei debiti e quindi? lavoro in nero.
Ora io mi chiedo seriamente, dove ho sbagliato?
Quando ero appena laureato, ho visto quasi tutti i miei compagni di università andarsene all'estero, chi in Inghilterra chi in Francia, io ci ho pensato e mi sono detto che oltre a non avere i soldi per la fase start-up all'estero, non avevo voglia di abbandonare il mio paese, la mia città, per cercare un lavoro che avrei trovato qui, con impegno, competenza. Io ci credevo alla meritocrazia, credevo in me e nella mia capacità, nell'impegno che metto nel lavoro.
Mi sbagliavo, sono rimasto e mi sono adeguato al sistema Italia, e avevo vergogna a dire ai miei genitori che il lavoro che facevo era sottopagato e per arrivare a fine mese dovevo integrare il mio lavoro da architetto con altri, e ad un certo punto dici: ma lavoro per vivere o vivo per lavorare? Mi fa male scrivere queste cose per il semplice fatto che non so se oggi sono uno sconfitto, devo ancora capirlo e spero davvero che scrivendo queste righe riuscirò ad auto illuminarmi e vedere una strada per il futuro. Perché in questo momento sto vivendo alla giornata, infrangendo tutte quelle regole per cui mi incazzavo sino a pochi anni fa.
Ma una certezza che ho maturato è andatevene dall’Italia, salvate i vostri sogni credeteci e perseguiteli dove il terreno è fertile, e non avvelenato da raccomandazioni, ipocrisia e piaggeria, dove non vi facciano sentire ospiti indesiderati, ignoranti e inadeguati solo per sfruttarvi e gettarvi via come limoni spremuti. Insomma io lo leggo da un po’ questo blog ed ogni volta ad ogni post c'è una fetta di vita che mi fa star male. Concludo con questo video, giusto per non essere troppo negativo perché chissà che questa crisi non serva per togliersi di torno tutti questi parrucconi corrotti e saccenti che da oltre trent'anni soffocano chi ha voglia di cambiare un sistema che è arrivato alla frutta.
 
 

mercoledì 3 ottobre 2012

ITALIANSINFUGA

Cari lettori,

vi allego l'intervista di Italiansinfuga.

Voi cosa ne pensate?

Buona lettura e grazie Aldo!

http://www.italiansinfuga.com/2012/10/03/cosa-hai-trovato-sul-mercato-del-lavoro-una-volta-tornata-in-italia-nulla/

Tutto è iniziato con una lettera al direttore del quotidiano della sua città, Verona.
 
La storia di Alessia Bottone ha assunto una rilevanza nazionale.
Laureata, 27 anni, 4 lingue, esperienza in 7 Paesi diversi.
Eppure in Italia non trova nulla.
 
Ha quindi iniziato il blog ‘Da Nord a Sud, parliamone – Sogni a tempo (in)determinato‘ dove ambisce a raccogliere le esperienze di Italiani che Italia non riescono a trovare sbocchi.
 
Che esperienze di vita hai fatto all’estero?
Ho iniziato come studentessa Erasmus nel settembre 2006.
Facoltà di economia presso l’Universitat Autònoma de Barcelona per 8 mesi.Poi mi sono trasferita a Dublino nel maggio 2007 dove ho lavorato come cameriera e barista per sei mesi e nel frattempo seguivo corsi intensivi di inglese. Poi sono tornata nel novembre 2007 poichè mi mancava un esame e dovevo scrivere la tesi di laurea triennale. Mi sono laureata in Marzo 2008 in Scienze politiche relazioni internazionali diritti umani. Nessun voto eclatante, del resto durante l’università ho sempre lavorato come commessa, barista, mi sono anche aperta una piccola ditta mia di catering che è durata 3 anni. Poi nell’Aprile 2008 sono partita alla volta di Parigi. Non capivo una sola parola di francese. Ma volevo impararlo a tutti i costi. Lavoravo in un negozio di prodotti tipici italiani. Facevo la salumiera e intanto seguivo corsi di francese serali.
 
Poi sono tornata il 23 dicembre 2008, ho dato un esame della specialistica (perchè nel frattempo mi ero iscritta alla laurea specialistica a Padova) e sono andata in Costa Rica grazie allo SVE- finanziato dalla Commissione Europea. 4 mesi in una comunità indigena, nella foresta tropicale per stare con i bambini, insegnare l’inglese, promuovere progetti di sviluppo eco- sostenibile e turismo rurale.Poi tornata nel giugno 2009 ho dato altri esami e sono ripartita. Questa volta ho lavorato 4 mesi presso il centro di accoglienza per richiedenti asilo nel Canton Jura in Svizzera dove mi sono occupata di insegnare francese ai richiedenti asilo, nonchè di insegnare a leggere e a scrivere, traduzioni, assistenza sociale, promozione di progetti di integrazione e mediazione culturale.
Poi l’anno successivo sono ripartita tre mesi per un tour d’Europa per un progetto culturale-musicale finanziato da Sciences Po Lille e nell’Ottobre 2010 sono scappata a Bruxelles dove ho lavorato come stagista presso una lobby che si occupa di diritti delle donne in Europa. In particolare mi sono occupata di organizzare eventi, ricerca e comparazione di modelli per ciò che concerneva la direttiva “maternità”, donne e salute e donne e violenza, compresa la redazione di position papers da presentare alle Commissioni parlamentari europee.
 
E dulcis in fundo, ho realizzato il sogno di potermi formare come stagista presso le Nazioni Unite a Ginevra. Mi sono occupata di disarmo e reintegrazione ex combattenti nel post- conflitto. In particolare, ho preso contatti con alcune comunità indigene in Colombia, ho svolto ricerche e ho redatto un report sul conflitto in Colombia e le sparizioni forzate di indigeni e l’appropriazione delle loro terre da parte delle milizie. Alla fine dello stage sono stata invitata a partecipare per sei giorni ad un incontro tra rappresentatanti delle missioni di pace ONU ad Entebbe in Uganda.
 
Cosa hai poi trovato sul mercato del lavoro italiano?
Nulla. Ho provato a candidarmi per diverse posizioni.
Ho richiamato le agenzie per le quali avevo lavorato tempo prima. Niente, non avevo competenze da loro richieste. Ho risposto ad annunci pubblicati su siti per la ricerca del lavoro: niente, anche li, nessuna risposta. Mi sono proposta come impiegata, ottima conoscenza lingua inglese: Mi hanno detto che ero troppo vecchia e che preferivano assumere qualcuno con meno di 25 anni.Ho fatto diversi colloqui anche nel mio ambito. Mi sono iscritta alle liste di disoccupazione al centro per l’impiego, mi hanno consigliato di tornare all’estero e non mi hanno mai chiamata se non per propormi uno stage con rimborso spese. Ho risposto agli annunci delle Ong, mi sono proposta come addetta commercio estero, ma mi hanno detto che la mia laurea non risponde ai requisiti da loro richiesti. Sono riuscita a lavorare come hostess, cameriera, promoter per qualche giornata. Nulla di più.
 
Cosa ha fatto nascere l’idea del blog?
Dopo aver scritto una lettera al giornale della mia città che poi è stata pubblicata in prima pagina e dopo aver scritto al Ministro Fornero mi sono resa conto che eravamo davvero tanti a vivere questa situazione e non ero sola. Io, lo ripeto, a furia di sentirsi chiudere le porte in faccia ci si convince che il problema siamo noi. Il blog è nato per riunire questi ragazzi, per dare un volto alle loro storie. Ha ottenuto molto successo perché assomiglia ad una valvola di sfogo, ad un canale dove poter comunicare le proprie speranze. Accomunati da una completa disillusione rispetto ad una politica che non sono non li rappresenta, ma non li ascolta.
In attesa di risposte e con la valigia in mano, pronti a cercare altrove. Alcuni mi scrivono persino “mi permetto ancora di avere un sogno nel cassetto, ma mi sento attaccato da chi mi dice che non è tempo per sognare, ma di accettare tutto ciò che viene”.
Allora io vorrei elencarlo questo tutto ciò che viene: stage non retributi, stage con rimborso spese, contratti a progetto che non hanno nessun progetto in realtà ma servono per camuffare un normale lavoro con il vantaggio però di poter pagare molto meno sia di tasse che di retribuzione, aprirsi una partita iva con onero a proprio carico, aprirsi una s.r.l ad un euro (con quali soldi?) lavorare come apprendista fino a 30 anni e poi sperare nel miracolo dell’assunzione. Perché parliamoci chiaro, il problema è che il lavoro è sovratassato. Non prendiamocela con chi ha un voto di laurea basso, non cerchiamo scuse.
 
Lancio una provocazione. Perché l’Università viene a prendermi a casa purchè io mi iscriva ai loro corsi e per quanto riguarda la formazione tecnica non funziona allo stesso modo? E poi adesso io mi chiedo, c’è questo ritorno alla formazione professionale, a quei lavori che pochi vogliono fare.
Mi spiegate perché allora avete fatto lavorare i migranti, non in regola nei campi della Puglia, in Calabria e li avete lasciati dormire nelle case abbandonate? Vi facevano comodo. Potevate regolarizzarli, insegnare loro un mestiere, e integrarli socialmente. Eppure non si può dire che non si sapeva. Vedi articolo: http://www.casadivittorio.it/schiavoinpuglia.html
 
Che testimonianze hai raccolto fino ad ora?
Ho raccolto la testimonianza di Michele che lavora a Los Angeles come legale. Si dice meravigliato di aver trovato lavoro per la sua bravura e non grazie alle conoscenze.
Poi c’è Martina che dice “tre lavori per riuscire a portare a casa uno stipendio e crescere mio figlio. In Italia il vero welfare sono le famiglie, se sei solo, non ce la fai”. C’è Valentina che due giorni fa ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Belgio. Lavorerà come stagista non retribuita nella speranza di poter apprendere qualcosa che possa servirle per una professione futura. Ha 27 anni e lascia suo figlio di un anno a Verona, dalla famiglia.
C’è un’altra Valentina che si definisce una stalker del lavoro ma non vuole assolutamente partire, c’è chi inizia a chiedersi se l’Università stessa non sia un’operazione commerciale e quindi abbandona per dedicarsi ad altro. C’è chi vorrebbe sposarsi ma all’ennesimo contratto a tempo determinato e mai rinnovato decide che i sogni sono troppo costosi e forse è meglio rinunciarvi.
 
Cosa vorresti vedere cambiare in Italia?
Cosa vorrei? Vorrei un Italia dove non ci perdessimo in chiacchere ma affrontassimo la situazione reale. Vorrei una legislazione chiara e definita sullo stage che deve essere retribuito come in altri paesi d’Europa.
 
Vorrei incentivi per chi resta, non solo borse di studio per partire e formarsi all’estero.
Vorrei investimenti nella ricerca e nello sviluppo.
Vorrei controlli sull’uso dei fondi pubblici.
Vorrei che i partiti si autofinanziassero.
Vorrei commissioni regionali volte a verificare che i nostri soldi non vengano spesi impunemente e che vengano usati per quel famoso welfare di cui ormai ignoriamo l’esistenza.
Vorrei che l’apprendistato volgesse davvero all’assunzione.
Vorrei un minimo salariale garantito per i contratti a progetto.
Vorrei poter tornare a progettare la mia vita, e penso che anche gli altri siano d’accordo.

martedì 2 ottobre 2012

SIAMO SULLA RIVISTA "OGGI"

Cari lettori, 

volevo annunciarvi che domani uscirà la mia intervista sul settimanale Oggi. Il titolo? Disoccupati d'Italia unitevi al mio blog!

Si parlerà del perché è nato questo blog, del suo scopo, delle vostre storie, delle nostre idee e proposizioni.

Se domani vi troverete con un euro in più in tasca investitelo in una copia del giornale.

Ne approfitto per ringraziare  la categoria giornalisti. Se questo blog sta avendo così tanto successo è anche grazie al vostro entusiasmo. 

Alessia 

lunedì 1 ottobre 2012

INTERVISTA RADIO POPOLARE

Mi dispiace avvisarvi solo adesso che mezz'ora fa è andata in onda la mia intervista a Radio popolare.

Immagino possiate ascoltarla qui in Podcast a partire da domani o mercoledì.

Faccio un riassunto: 

1) Se i master da 10.000   che ci propinano all'Università hanno oggi, nella maggior parte dei casi , sbocchi quali stagista non retribuito o con rimborso spese forse si configurano come operazione commerciale e non specializzazione.

2) Siamo troppi laureati? Veramente siamo il "fanalino di coda dell'Europa . Vedi articolo 

3) Mi spiegate come mai quando un giovane dichiara" non voglio studiare, voglio lavorare" scatta il lutto in famiglia? Allora questa laurea serve o no? Ma non ci avevate detto che ci dovevamo emancipare?Adesso ci volete tutti idraulici e falegnami. Va bene, magari mi piace anche cambiare i tubi. Vi prego decidiamoci!

4) C'è chi se la prende con i laureati in Scienze della formazione, educazione etc. "Non sappiamo dove metterli, sono troppi". Già, ma non sarà che siamo il fanalino di coda anche in questo? In Italia non ci sono abbastanza asili per i figli delle donne che hanno la "pretesa di lavorare".

5) Non siamo abbastanza preparati dopo la laurea/diploma? E allora cambiatelo questo programma di studi!

In soldoni ciò che ho detto/penso.

E voi che ne pensate?

Alessia